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Storia

Ruvo del Monte è stato, sempre, anche nei tempi remoti, un punto di passaggio obbligatorio per raggiungere sia la Campania che l’entroterra della Basilicata; infatti è attraversato dalla strada provinciale denominata “Campana N° 2”, ex strada Nazionale Contursi-Barletta, che, era nel passato, l’unica via di collegamento tra le due zone. E’ risultato, quindi, essere un crocevia di civiltà che si sono susseguite (dagli Enotri, ai Greci ecc.).


         Vicino ai ruderi  del Convento S.Antonio, sul colle omonimo, si possono scorgere, ancora oggi, quelli più antichi delle fabbriche precedenti, i quali ci riportano molto indietro nel tempo, fino alla primitiva chiesa S. Tommaso, intorno alla quale,in epoca normanna, si raccolse il Casale “Sancti Thome de Rubo” o “de Rubeo”.
Ed era inevitabile che sorgessero qui questi edifici sacri, su questa alta dorsale pianeggiante, che fu nei secoli il “Plano de Rubo” (piano di Ruvo): una lunga distesa su antichissime alture, dove lo sguardo può correre da Lagopesole a Conza, dall’oriente apulo - lucano fino al più interno occidente, e che oggi è e rimane tutta un’area archeologica senza disegno e senza protezione: un luogo ancora da esplorare, dove, oltre a tombe del VII-IV secolo a.C., sono stati rinvenuti pezzi che lasciano chiaramente supporre anche più lontane frequentazioni legate al grandioso fenomeno della transumanza con numerosissime tracce del neolitico.
         Il toponimo “Ruo”, “Rubo” prima e “Ruvo” poi, è derivato, con la caduta e la trasformazione delle consonanti “f” e “fr”, dall’antica “Rufrium” (Tito Livio),  “Rufra” (Virgilio), “Rufrae” (Silio Italico), città sannita.
Il paese si chiamò “Ruvo” fino al Regio Decreto del 22 gennaio 1863 n° 1140; poi ha tratto la specificazione di “del Monte” dall’essere posto su di uno sperone della montagna che lo sovrasta, per distinguerlo da Ruvo di Puglia.
Gli indizi delle fonti letterarie e l’ininterrotta tradizione orale circa gli insediamenti di popolazioni antiche nella località di Ruvo del Monte impongono, oggi , il confronto con il dato archeologico, trattato in altra parte.

Questa terra, allora estesa verso S. Fele, si trovò certamente coinvolta nelle lunghe guerre della grande Lega Sannitica contro Roma e nel corso della seconda Guerra Punica dovette affrontare la furia devastatrice, derivante dalla lotta fra i Romani e Annibale, lungo la valle dell’Ofanto, dopo la battaglia di Canne del 216 a.C.
        Alcuni secoli dopo subì, certamente, le gravi conseguenze della lunga guerra greco-gotica (535-553), divenendo in seguito possedimento del Gastaldato e della Contea di Conza e terra di allevamento di cavalli, in particolare nella località “Maurelle”.
Le feroci lotte interne scoppiate tra i signori longobardi di Benevento, di Conza e di Acerenza non risparmiarono, poi, il territorio di Ruvo.
Al fine di far fronte a tutte queste drammatiche evenienze, fu eretto, fra gli altri, il castello di Ruvo: quello che fece allora di questo antico sito una valida roccaforte longobarda della Contea di Conza contro Musulmani e Bizantini.
Con i normanni Ruvo tornò a costituirsi come abitato intorno alla primitiva chiesa benedettina di S. Tommaso denominato “Casalis Sancti Thome de Rubo”, ricadente poi nell’area religiosa del Goleto (oggi nel territorio di S. Angelo dei Lombardi), fondato dal Santo eremita Gugliemo da Vercelli.
Collegato al Goleto fu anche il centro benedettino di S. Tommaso di Cerrutolo “De Plano Rubi”, il cui territorio, nel 1223, fu donato alla Chiesa di S. Maria di Pierno da parte del Conte di Conza, Raone, che esercitava giurisdizione sul territorio di Ruvo.
Frattanto da parte di Carlo I D’Angiò (1266-1285) fu impartito l’obbligo della manutenzione del Castello di San Fele anche ai ruvesi “Casalis Sancti Thome de Rubo”.
Furono, quasi certamente, le orde degli Ungheri a distruggere l’abitato medioevale di Ruvo nel 1348 quando Re Luigi era venuto nel meridione d’Italia per vendicare la morte del fratello Andrea, provocata con subdole arti e con trame ordite a corte dalla Regina Giovanna I di Napoli.
Sotto la giurisdizione del Conte di Conza, Ruvo fu feudo delle famiglie Del Balzo e Gesualdo.
Distrutto nel 1435 dal capitano di Ventura Antonio Caldora, assoldato dagli Aragonesi contro i D’Angiò, Ruvo fu ricostruito dai Gesualdo.
Nel 1652 fu venduto al duca di Bisaccia, Ettore Pignatelli, infine passò ai Caraccioli di Torella e rimase a questa famiglia fino alla legge eversiva della feudalità nel regno di Napoli (2 agosto 1806), con cui venivano abolite le giurisdizioni e i proventi baronali ed espropriate le terre ecclesiastiche.
Nel corso del Cinquecento vennero ad insediarsi a Ruvo i Francescani sullo stesso sito dell’antica chiesa di S. Tommaso del Piano, chiamando il loro monastero con lo stesso nome.
Allora lasciti e donazioni da parte di fedeli possidenti fecero si che gran parte della proprietà del sito si concentrasse intorno ai due principali poli ecclesiastici del tempo: Chiesa ricettizia e monastero.
Alle prime lotte e tensioni interne di ordine religioso di questo antico nucleo abitativo seguirono quelle più lunghe e appassionate contro le Università limitrofe per la difficile costituzione del suo territorio e per la definizione dei suoi attuali confini.
A partire dagli inizi del secondo millennio d.C., il primo grande elemento disgregatore dell’antica “Terra Rubea” fu rappresentato dalla presenza nuova nel suo territorio del Castello di San Fele, fortezza voluta da Ottone I di Sassonia nell’anno 969 d.C..
E per questo fu dato avvio fin dall’anno 1512 ad una annosa lite contro la stessa Università (oggi Comune) di San Fele per “essere stata questa edificata nel territorio di essa città di Ruvo, antichissima……”.
Sul finire del Settecento Ruvo ebbe morti a Bucito per la feroce contesa di quell’area con la vicina Atella; nel corso del secolo successivo folti gruppi di ruvesi si coinvolsero più di una volta nelle esasperate lotte di quel tempo che portarono a devastazioni ed incendi nei territori di Bella ed Atella e tra i beni del Principe di Torella, signore locale dell’epoca, in reazione alle mille remore opposte allora da nobili, borghesi e governo borbonico all’applicazione della legge 6 agosto 1806 di eversione della feudalità.
Nel 1861, poi, Ruvo subì il tragico assalto di Crocco e dei più feroci della sua banda, con crudeli eccidi e massacri soprattutto tra nobili e borghesi e tra quelli che essi ritenevano i loro nemici da distruggere.
Il totale incendio dell’intero Archivio Comunale, nel corso della rappresaglia, rende oggi sempre assai difficile ed incerta la ricostruzione almeno della parte essenziale della storia di Ruvo.

Al brigantaggio della seconda metà dell’800 seguì il fenomeno dell’emigrazione verso le Americhe. L’emigrazione, infatti, iniziata dopo l’unità d’Italia e protrattasi per tutto il ‘900, ha segnato la storia di Ruvo negli ultimi 150 anni.

Fino al terremoto del 1980 ha prevalso la cultura contadina  e artigiana  nello sviluppo del paese; l’inserimento  di Ruvo del Monte fra i Comuni disastrati ha dato la possibilità alla zona del Vulture-Melfese di ottenere le due zone industriali di Vitalba e San Nicola di Melfi, con l’insediamento della FIAT, nel cui stabilimento lavorano decine di giovani ruvesi, e che costituisce, oggi,  l’unico elemento di occupazione stabile.  Le piccole iniziative occupazionali nel campo della confezione hanno, purtroppo, cessato l’attività per la crisi nel polo della corsetteria.

 



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